Direttori riviste moda

Moda d’autore: 6 firme che hanno fatto la storia dell’editoria fashion

Cosa sarebbe la moda senza le testate fashion? Da Diana Vreeland in poi, ecco 6 direttori di riviste che hanno fatto (e continuano a fare) la storia della moda

La moda si crea, si disfa, si ama, si odia, si ammira, si indossa, si vive. E si racconta! Esatto, cosa sarebbero metri di tessuto, bozzetti, passerelle e ingegno infinito se non ci fosse nessuno, nel bene e nel male, pronto a spiegarne mondo e meccanismi? Cosa sarebbe il fashion senza critica ed elogio, narrazione e approfondimento? Cosa sarebbe senza direttori di riviste moda che emanano i loro indelebili diktat?

Miranda Priestly docet: le riviste patinate della moda sono un ponte fondamentale tra il pubblico e le grandi Maison e rappresentano un tassello incredibile nella grande storia fashion che tutti noi oggi conosciamo. Ma chi sono queste grandi firme (no, non dei designers ovviamente!) che hanno elevato la moda a un concetto più alto, ma contemporaneamente più accessibile? Sono i grandi direttori delle testate più autorevoli, coloro con il potere di far decollare o affondare trend e collezioni. Insomma sono i detentori delle opinioni che contano davvero!

Ebbene, appurato che la moda non è fatta “solo” dei suoi attori principali e più palesi (ovvero designers e icone dello stile), non possiamo astenerci dal raccontare le grandi menti che – a colpi di penna – hanno influenzato l’industria del fashion più di chiunque altro. Determinandone di fatto decorso e storia.

Ecco dunque un piccolo viaggio che parte dai primi del ‘900 e arriva ai giorni nostri, con i ritratti di alcuni dei nomi leggendari dell’editoria della moda – 6 tra i più autorevoli e affascinanti – le cui opinioni senza tempo continueranno ad influenzare intere generazioni di creativi. La nota a margine (ma nemmeno troppo)? Sono tutte donne! E come direbbe Miranda: “è tutto”.

Diana Vreeland

Diana Dalziel – classe 1903, parigina di nascita e newyorkese d’adozione - è una delle figure che più ha influenzato lo stile moderno, tanto da entrare con passo leggiadro nella Hall of Fame delle meglio vestite di tutto il mondo. Il suo cognome – Dalziel - dal gaelico significa “io oso”, il che è già di per sé tutto un programma nonché un grande segno premonitore, non ti pare? Ma siamo pronti a scommettere che, in effetti, questo nome non ti dirà poi molto, perché Diana diviene nota con il suo nome da sposata: Vreeland.
Ora è tutto più chiaro, no? Parliamo proprio di Diana Vreeland, una delle figure più eclettiche, ironiche, geniali e un po’ folli che il mondo della moda mai conosciuto.

È il 1936 quando a Diana - notata per il suo stile piacevolmente sopra le righe - viene proposta una rubrica nell’iconica testata Harper’s Bazaar. Nasce così uno degli appuntamenti più brillanti della rivista – “Why don’t you…?” – che fa conoscere la sagacia di Diana al grande pubblico e ne fa fin da subito una vera promessa.
L’allora fashion editor della testata, Caramel Snow, ha il merito di intuire il genio della Vreeland, lasciandole assoluta carta bianca e contribuendo di fatto alla nascita del grande mito.
Diana diviene in breve tempo penna stimata e talent scout ante litteram, che porta alla ribalta volti unici destinati a loro volta a fare la storia del costume (come Lauren Bacall e Twiggy).

Ma l’ascesa della Vreeland non finisce qui: Diana è destinata infatti a divenire editor in chief di Vogue America, che guiderà per un brillante decennio fino al 1972 e dove porterà avanti una filosofia di moda giocata sull’audacia e sul progresso. Se non è influenzare la storia del fashion questo, non sappiamo davvero cosa possa esserlo!

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Helen Gurley Brown

Quella di Helen Gurley Brown – classe 1922 – è una storia che inizia nei favolosi anni ’60 ed è il racconto di una femminista atipica, nonché di una vera leggenda che ha saputo ispirare schiere di ragazze e di penne eccellenti del settore fashion e lifestyle femminile.

Conosciuta anche semplicemente come HGB, Helen è fin da subito portatrice di una filosofia di emancipazione della donna, sia da un punto di vista professionale che sessuale.
Ed è proprio questa la direzione, sfacciatissima, che dà ai suoi libri – uno tra tutti il bestseller “Sex and the Single Girls” - e al suo Cosmopolitan, di cui è direttrice incomparabile per circa trent’anni.

Definita nell’ambiente come la “cattiva ragazza” dell’editoria e una “pioniera in Prada”, HGB vanta una carriera fatta di piccole grandi rivoluzioni portate avanti a suon di titoli e copertine dedicate al piacere femminile e al “sesso che ti rende più magra” o di battute sagaci come l’ormai celebre frase che racchiude tutto il suo credo: “le brave ragazze vanno in Paradiso. Le cattive ragazze arrivano ovunque”. Ed oggi non potremmo non memorarla tra i direttori di riviste moda più importanti della storia.

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Franca Sozzani

Elegante, minuta, folta chioma dorata e occhi celesti. È l’identikit di colei che, con gentilezza e grande rigore, è divenuta simbolo dell’editoria d’eccellenza Made in Italy nel mondo: Franca Sozzani.
Nata nel 1950, già nel ’73 entra a far parte della grande famiglia Condé Nast, iniziando a lavorare per Vogue Bambini. Da lì in poi è tutta una storia bellissima, che in brevissimo tempo porta Franca, nel 1988, a prendere le redini della redazione italiana della Bibbia della moda: Vogue Italia. A cui - va detto - seguiranno negli anni quelle di altri periodici dell’editore, riportati ai vertici proprio dall’intuito e dal gusto della Sozzani, L’Uomo Vogue in primis.

Le pagine di successi scritte da uno dei più importanti direttori di riviste moda, Franca Sozzani nel corso della sua carriera non si contano, e non si possono certo riassumere in poche righe, ma va senz’altro ricordato il suo essere promotrice e ambasciatrice indiscussa del culto del Made in Italy nel mondo. Ed è proprio alla moda di casa nostra che Franca vota il proprio talento e la propria carriera, divenendone autentica organizzatrice attraverso un lavoro meticoloso e con la promozione di progetti eccellenti come Who is On Next.

Da ricordare anche la profondità d’animo e l’immensa gentilezza con cui, per più di vent’anni, è stata una delle grandi regine di un regno in cui immagine e apparenza la fanno da padrone riuscendo nell’impresa di portare una bella fetta di umanità anche in questo territorio. Come? Non solo vestendo il ruolo di madrina in progetti come Conviovio (la più grande mostra-mercato benefica), ma ha anche cercando di scuotere e ridefinire il concetto di “bello” a suon di titoli e copertine (una su tutte la famosa “Black Issue”).

Insomma, lo abbiamo detto: poche righe non bastano per raccontare una professionista immensa come Franca Sozzani ma sono di certo sufficienti a ricordarne il mito, ovvero la leggenda di una delle poche firme in campo editoriale capaci di vera immortalità.

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Liz Tilberis

Un sorriso gentile e grinta da vendere, ecco come descrivere in pochissime parole - tra i direttori di riviste moda - la storica direttrice di rivista moda che, dal 1992 al 1999, ha condotto brillantemente in porto la missione di consolidare Harper’s Bazaar alla grandezza che ha sempre meritato di diritto (ma che ha visto più volte vacillare davanti allo strapotere di Vogue). Parliamo ovviamente di Elizabeth Jane Kelly Tilberis, nata in Inghilterra nel 1947 e meglio nota semplicemente come Liz.

Agli albori della sua carriera Liz si trova a collaborare con la connazionale Anna Wintour all’interno della redazione londinese di Harpers & Queen, ma – come per la stessa Anna - la vera svolta arriva proprio con il suo trasferimento a New York, dove le viene affidata la leadership della storica rivista, che lei stessa definisce “la più bella al mondo”.

Harper’s Bazaar, sotto il regno gentile della Tilberis, è dunque l’unica rivista che riesce a tenere testa all’egemonia indiscussa di Vogue USA (targata, guarda caso, Wintour). Gusto impeccabile e schiettezza d’intenti rendono il format estremamente coerente ed elegante, minimalista e raffinato.
Caschetto candido e idee cristalline, Liz Tilberis porta tutto il suo rigore nel suo inconfondibile Harper’s Bazaar, scandito da bianco e nero e una patinata pulizia delle linee che ci è sempre piaciuta moltissimo. Così è fino alle porte degli anni 2000, tutto il resto è storia.

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Anna Wintour

Il Diavolo veste Prada. E sfoggia un caschetto impeccabile da quando aveva quattordici anni.
Di chi parliamo? Dell’imperatrice assoluta dello stile e della moda su carta stampata (e oltre): la temutissima Anna Wintour, uno dei più direttori di riviste moda della storia.
Classe 1949, la Wintour ha un carattere d’acciaio e una determinazione impossibile da scalfire. E queste doti la porteranno (dopo una serie di esperienze in testate di primissima fascia, come Harper’s Bazaar e British Vogue) ad assumere la leadership di Vogue America al posto dell’uscente Grace Mirabella, nel 1988. E da allora ha il controllo indiretto dei nostri guardaroba.

Alla Wintour viene affidata la mission di riposizionare la testata, ai tempi in continua competizione con la rivista Elle. Ebbene, Anna fa di più e rivoluziona il modo di fare giornalismo di moda e l’immagine in generale.
Via i soliti primi piani, triti e ritriti, delle modelle in copertina: la prima cover sotto il regno di Anna Wintour sarà una top model a figura intera, sorridente e naturale immersa nelle strade della Grande Mela.
Da lì in poi è tutta una scalata al successo della rivista, innanzitutto commerciale, con una celeb dopo l’altra in copertina e una schiera di fotografi che ormai sono leggenda, da Annie Leibovitz a Patrick Demarchelier.

Anna Wintour ancora oggi regge le redini della testata più salde che mai: qualche anno fa è stata infatti proclamata direttrice a vita di Vogue USA dal CEO di Condé Nast Bob Sauerberg, che taglia corto e zittisce così tutte le voci che la volevano ormai pronta a godersi la pensione.
Insomma, al netto di tutte le controversie, il regno della Wintour sul giornalismo fashion (e sui nostri armadi!) sembra non vedere ancora una fine: lunga vita alla regina Anna!

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Emmanuelle Alt

Figlia d’arte - o forse sarebbe meglio dire “di stile” – 53 anni e parigina DOC, Emmanuelle Alt è senza dubbio una delle modernissime icone dell’editoria fashion, uno dei più importanti direttori di riviste moda, tanto da avere un blog dedicato che la segue passo-passo e intitolato - guarda caso - “I Want to be an ALT”. Beh, anche a noi piacerebbe in effetti!
Talentuosa e emblema conclamato della parisienne chic, Emmanuelle inizia giovanissima la sua scalata alla moda che conta con un primissimo impiego come assistente stylist per Elle France.

Si fa subito notare e diviene in pochissimo tempo richiestissima, tanto da finire col collaborare come consulente per Isabel Marant e con l’assumere la leadership del magazine Mixte.
Ma il bello deve ancora venire e arriva nel 2001, quando Emmanuele entra nel Vogue Paris di Carine Roitfeld con l’incarico di style editor. Tra le due nasce in breve un’intesa unica, nonché un sodalizio che porterà la coppia a mettere a segno un punto dietro l’altro, grazie ad alcuni tra i redazionali più dibattuti nella storia della testata. Inizia così una nuova era per Vogue Paris: servizi firmati Testino e Demachelier, estetica patinata e una narrazione molto erotica, con servizi spintissimi che sfiorano lo scandalo tra nudi espliciti e allusioni al sadomaso.

Ebbene, 10 anni dopo arriva l’incoronazione dal fashion biz: le dimissioni della Roitfeld consacrano l’ascesa definitiva della Alt che piace per la sua cifra stilistica effortless chic, mai né chiassosa né urlata e - soprattutto - mai vittima del fashion.
Il 2011 segna quindi la svolta, con l’incarico di editor in chief in Vogue Paris che prosegue ancora oggi. Il credo di Emmanuelle Alt è cristallino: lavorare sodo facendo ricerca. Stacanovista, dotata di un gusto impeccabile e amante del controllo, Emmanuelle è infatti l’unica direttrice a firmare lo styling di ogni servizio principale della sua rivista.
Insomma, la Alt incarna perfettamente l’immaginario dell’icona moderna: non possiamo che amarla e immaginarla alla guida del suo Vogue all’ombra della Tour Eiffel ancora a lungo.

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