Fashion culture

Che cosa significa (davvero) essere una fashion victim?

Modella durante un servizio fotografico
17-12-2021
Marta Garofalo
La ricerca sfrenata: una fashion victim ha una vera ossessione per le tendenze della moda e prova gratificazione nel possedere gli abiti più in voga

Voglia di possedere ogni capo delle nuove collezioni presentate durante le fashion week, benessere immediato nel riuscire a raggiungere l’obiettivo e non solo. Queste sono alcune caratteristiche, ma non è finita di certo qui.

Si tratta, meglio, di una sorta di dipendenza legata a ciò che va più di moda. Il desiderio più profondo di una persona ossessionata dalle creazioni delle case più rinomate è possederle.

Letteralmente, una fashion victim è una “vittima della moda”. Senza volere assecondare l’accezione più negativa, non è altro che un soggetto particolarmente attento a quello che viene definito di tendenza. Capi di abbigliamento, accessori, colori, modello: ogni dettaglio è di fondamentale importanza.

Chi è

Una vera fashion victim accetta e segue senza fiatare. Ciò che viene sentenziato è legge. A comandare è il fashion system e il fine ultimo è mostrarsi, rispettando i canoni di una determinata immagine prestabilita. In questo caso, non è la sostanza a contare, ma più che mai la forma. L’immagine che si dà di sé e l’approvazione da parte della società, almeno di quella che se ne intende.

Si tratta di un termine coniato, negli anni Ottanta, dallo stilista Oscar De La Renta. Anche se inizialmente ci si riferiva esclusivamente al genere femminile, adesso la definizione comprende anche gli uomini. La frenesia della corsa al capo alla moda non fa distinzione di genere, è democratica.

Per potere essere definita tale, la vera vittima della moda è sempre aggiornata e alla ricerca di elementi nuovi e appariscenti per arricchire il proprio guardaroba. A dettare legge è il susseguirsi delle stagioni e la presentazione delle nuove collezioni.

Il ruolo determinante dei centri commerciali

La fashion victim esiste da tanto tempo, indipendentemente dalle definizioni, ma il vero boom è da far coincidere con l’apertura dei centri commerciali. Un concentrato di vetrine, abiti e accessori, moltissimi marchi uno vicino all’altro in una gara silenziosa che deve decretare il migliore, il vincitore.

In un certo senso, si tratta di un luogo che imita le passerelle dell’alta moda, soltanto che – in questo caso - outfit rimangono fermi e si lasciano ammirare e a passeggiare sono le persone che cercano qualcosa che sia considerata di tendenza.

Il rischio, però è che si cada in un appiattimento generalizzato. Non sono più i gusti personali a contare, ma ciò che viene proposto da una cerchia elitaria di esperti del settore. Le case di moda sentenziano, la fashion victim obbedisce e asseconda i dettami di quella determinata stagione.

La firma prima di tutto

Più un capo è appariscente, più piace e lo si desidera. Più del taglio, del colore conta il marchio, il nome bene in vista. Perché non si sta indossando un abito, ma uno status symbol. Chi lo porta, sta comunicando un metatesto potente e considerato estremamente importante. Il fine è rientrare nella cerchia dei pochi eletti che giungono in cima al monte Olimpo della moda.

Diversi studi sociologici hanno approfondito quello che viene definito il “consumismo vistoso”. Un modo di apparire che esula dal bisogno reale di vestirsi. Il capo non è più una necessità pratica, ma un’espressione di sé. Il punto cruciale è che il sé non è la singola persona a stabilirlo ma il fashion system.

Passano in secondo piano anche le caratteristiche fisiche e la volontà di metterle in risalto. Non è più importante nemmeno come cade un abito, se sta bene indosso a qualcuno o meno: quello che conta è poterselo permettere e dirlo al mondo intero passeggiando fieri per la strada.

Un mondo dietro le apparenze

In sostanza la fashion victim è schiava di un’urgenza impellente di apparire rispettando determinati canoni. Ogni singolo particolare deve rispecchiare la tendenza del momento, i brand devono essere costosi e famosi, acquistare è un’ossessione, i guru sono gli influencer che popolano i social network. In un’espressione, è la sintesi di una massa omologata.

Quello che si vede sulle copertine dei magazine, in televisione, su Instagram è solo la punta dell’iceberg: il bello che il sistema moda vuole mostrare per autocelebrarsi, ma dietro c’è molto altro e non tutto quello che luccica è oro, nemmeno se il costo dei capi è da far girare la testa.

A riassumere al meglio l’oggetto della nostra analisi è il film-documentario dal titolo, per l’appunto Fashion Victims, diretto da Alessandro Basile e Chiara Cattaneo. Un modo per sensibilizzare i consumatori circa il bisogno di un modello di moda maggiormente sostenibile e che non renda schiavo l’uomo, ma che lo celebri in quanto essere pensante e con le proprie peculiarità.

Il messaggio spiazzante che emerge è che le vere fashion victim sono le persone che lavorano nella catena di montaggio che produce gli abiti firmati. Fra le altre, le giovani donne operaie del Tamil Nadu, a sud dell’India. Una produzione incessante, in cui il tempo è denaro e la manodopera sottopagata. Il risultato è più importante del benessere dei lavoratori. Una sconfitta per il mondo intero, anche per i consumatori.

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